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Dislessia, che fare?

Quando leggere, scrivere e far di conto è un problema: come aiutare il bambino dislessico

- 05/09/2013




Èun giorno qualunque in una classe qualunque: un bambino è seduto al suo banco mentre guarda la maestra che spiega e scrive alla lavagna. Il piccolo tenta di seguire la spiegazione ma si perde, non riesce a tenere il passo con la lezione, le lettere sulla lavagna sembrano agitarsi, la voce della maestra si confonde con il vociare della classe. Sono bambini come gli altri, che cominciano la scuola con tanta voglia di imparare, con i loro quaderni intonsi, le matite nuove, il grembiulino pulito.

Ma cosa succede a questi bambini durante i mesi, gli anni di scuola? Perché quando incominciano a leggere fanno fatica a mettere insieme le lettere e la loro scrittura è spesso illeggibile e piena di errori?

Potrebbe essere dislessia.

Disturbo e non malattia 

La dislessia è un disturbo molto comune, non una malattia, e riguarda più persone di quanto si creda. Un disturbo che compromette la lettura, a volte anche la scrittura e le abilità matematiche. Le difficoltà più frequenti sono la confusione tra suoni simili (p/b, t/d, f/v) o lettere simili (p/q, b/d) e la fatica che si manifesta in qualsiasi attività legata alla lettura e alla scrittura.

I bambini con tale disturbo fanno molta fatica a imparare a leggere e a scrivere, eppure la loro intelligenza è nella norma o, addirittura, superiore alla norma. La dislessia è dovuta ad una diversa funzionalità cerebrale delle aree deputate alla lettura e alla scrittura. 

Un bambino che ha avuto un disturbo di linguaggio, anche lieve, è teoricamente più a rischio di essere dislessico, così se c’è “familiarità”, cioè se un altro familiare del bambino ha avuto delle difficoltà a scuola o non è riuscito a ultimare gli studi. Un bambino che a Natale non ha cominciato a leggere e scrivere ha bisogno di un inquadramento diagnostico, per vedere se ha bisogno di un aiuto, per non rimanere troppo indietro e demotivarsi.

Ciò nonostante, la diagnosi di dislessia può avvenire solo alla fine del secondo anno di scuola elementare, cioè quando si è completato il periodo di alfabetizzazione.

Sicuramente è l’insegnante che deve capire se il bambino mostra dei segnali che potrebbero essere sintomo di dislessia, quindi dovrebbe parlarne con i genitori che, a loro volta, dovrebbero cominciare un percorso per comprendere di cosa si tratta. Purtroppo non sempre gli insegnanti e i pediatri sono sufficientemente informati e formati sul problema, per cui tendono a procrastinare.
Per esperienza diretta legata al mio lavoro di logopedista che effettua diagnosi in un servizio pubblico, consiglio ai genitori di rivolgersi direttamente a degli specialisti, anche se il genitore non dovesse trovare appoggio né negli insegnanti né nel pediatra.

Nonostante si senta parlare spesso di dislessia in questi ultimi anni, in Italia il fenomeno appare sottostimato, visto che le diagnosi effettive riguardano ancora un numero molto basso di soggetti (1% della popolazione). In realtà una stima piuttosto approssimativa, dice che circa il 4% degli studenti è dislessico. 

L’intelligenza diversa: il pensiero per immagini 

Un alunno dislessico rappresenta, all’interno di una classe, una contraddizione, un elemento di eccezione, in quanto la sua difficoltà ad apprendere attraverso la lettura e la scrittura è la conseguenza di un’intelligenza diversa, tutt’altro che patologica e che, pertanto, ha bisogno di un particolare percorso didattico, educativo e di attenzione, affinché la scuola non diventi un luogo di sofferenza e costrizione. 

Per comprendere meglio i bambini dislessici bisogna tener presente che la loro neurodiversità non è da considerarsi solo in negativo. Sicuramente il punto di forza principale del dislessico è dato dal pensiero per immagini.

Così come spiega anche Ronald Davis (dislessico dotato e creatore del Metodo Davis) la modalità del dislessico è quella di pensare per immagini non verbali, un pensiero che si svolge alla velocità di 32 immagini al secondo: in un secondo un pensatore verbale (che pensa con le parole) potrebbe avere tra 2 a 5 pensieri (singole parole concettualizzate), mentre un pensatore per immagini ne avrebbe 32 (singole immagini concettualizzate), quindi un numero di pensieri da 6 a 10 volte maggiore del pensatore verbale.

Questo significa che le difficoltà di lettura dei bambini dislessici possono essere bypassate da una diversa organizzazione dello studio e dei dati, per esempio attraverso i disegni, le mappe e le nuove tecnologie. 

Il sostegno emotivo 

Eppure un bambino dislessico non compreso può andare in ansia perché prova la sensazione di sentirsi intelligente e nello stesso tempo incapace di fare una cosa che risulta così semplice ad altri, come leggere. 

Tutto quanto conferma l’importanza che assume la comprensione del problema da parte della scuola e della famiglia e la personalizzazione delle attività scolastiche, altrimenti s’instaurerà un circolo vizioso di recriminazioni tra bambino, scuola e famiglia. 

Il ragazzo ha bisogno di sentirsi sostenuto e accettato sia dai genitori che dagli insegnanti. Le difficoltà sono oggettive e non serve pretendere cose che non può dare: non serve farlo esercitare sulla lettura con esercizi ad alta voce o nella scrittura con copiati o dettati.

Con gli anni e se il dislessico ha fatto un percorso riabilitativo adeguato, seguiti da un logopedista o da altre figure specializzate, il cervello dei dislessici compensa in buona parte. Ciononostante persiste lo sforzo e la fatica di imparare utilizzando la pagina scritta.

Questo non significa che un dislessico non può andare all’università, ma è chiaro che, a seconda anche del grado di severità delle sue difficoltà, dovrà essere aiutato nello studio, soprattutto con quelli che vengono definiti gli strumenti compensativi e le misure dispensative, come previsto anche dalla legge 170 del 2010. Tali strumenti possono essere il pc, l’uso delle mappe mentali, la calcolatrice, i libri digitali. 

 

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 33


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Categorie: Crescita Personale,Naturalmente bambini e genitori




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