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Homeschooling: la scuola a casa

Come e perché fare scuola a casa: Erika Di Martino, mamma di quattro bambini, ha scelto l’educazione parentale e ci racconta il variegato mondo dell’homeschooling

- 10/09/2013




In un mondo in cui inserire un bimbo in comunità a soli 4 o 5 mesi di vita è diventato la norma, pensare di tenere ed educare i propri figli a casa per l’intero ciclo della scuola elementare e poi media inferiore e superiore è una di quelle scelte che non passano di certo inosservate.

E mentre le critiche piovono numerose a destra e a manca, i genitori che scelgono di fare scuola a casa raccontano di una meravigliosa riscoperta dello stare insieme ai propri figli, di un risparmio economico notevole e di un arricchimento emotivo e culturale non da poco.

Erika Di Martino, mamma di quattro bimbi educati a casa e consulente per tutti coloro che vogliono praticare l’homeschooling, ci racconta la sua esperienza.

Molte persone pensano che tenere i bimbi a casa da scuola non sia possibile, addirittura non sia legale: ci spieghi come funziona la scuola a casa da un punto di vista legislativo?

Fare scuola a casa è assolutamente legale.

Cosa deve fare una famiglia che decide di educare a casa i propri figli? Deve individuare qual è il circolo didattico al quale appartiene e inviare una lettera al proprio dirigente in cui il genitore comunica che si occupera in primis dell’educazione del proprio figlio/i. Va notato che si tratta di una comunicazione da parte del genitore, non di una richiesta di permesso alla scuola.

Questa procedura va fatta nel momento in cui si fanno le iscrizioni all’anno scolastico successivo, per cui di solito verso fine febbraio primi di marzo. La comunicazione va poi rinnovata di anno in anno, sempre seguendo la stessa tempistica e la stessa modalità. La comunicazione va portata in segreteria e fatta protocollare, oppure può essere spedita con raccomandata con ricevuta di ritorno.

Se il bambino viene ritirato da scuola in corso d’anno, non ci sono tempistiche da rispettare. Il ritiro può essere fatto in qualunque momento contestualmente alla comunicazione che si farà scuola parentale da far pervenire in segreteria con le modalità di cui sopra.

Per quel che riguarda la questione esami, è un diritto del genitore chiedere che il bambino venga esaminato alla fine di ogni anno (esame di idoneità): è bene specificare che si tratta di un diritto del genitore, una scelta della famiglia, non di un dovere.

Anche per quel che riguarda l’esame di idoneità ci sono tempistiche da rispettare per fare la domanda che variano per ogni circolo didattico, per cui è bene informarsi per tempo presso il proprio. L’esame di fine anno non è un obbligo e la scuola non può richiederlo alle famiglie.

Su quali assunti pedagogici si basa la scuola familiare?

Più che assunto pedagogico, si può parlare del modo di fare scuola. E anche qui ti potrei dire che ci sono tanti tipi di educazione parentale quante sono le famiglie che la praticano. Di solito chi fa questa scelta lo fa per esigenze di indipendenza, e di rispetto totale delle proprie necessità e prerogative.

Generalizzando – anche per far capire meglio cos’è l’educazione parentale – possiamo distinguere tra le famiglie che praticano homeschooling seguendo i programmi ministeriali e utilizzando lo stesso materile che hanno i bambini a scuola e le famiglie che lasciano la completa libertà ai loro bambini di imparare seguendo le proprie inclinazioni e le proprie passioni (unschooler).

Queste famiglie non seguiranno un percorso predefinito, ma andranno incontro a quelle che sono le necessità e le richieste di ciascun bambino: è un percorso molto particolare, sicuramente più complicato rispetto al seguire un programma; tutto è da inventare e penso sia molto più divertente, almeno per me lo è, dato che io seguo questo tipo di percorso con i miei figli.

Tra questi due poli c’è tutto un mondo variegato e disomogeneo: ci sono quelli che fanno un po’ dell’uno o un po’ dell’altro, ci sono quelli che si ispirano alla pedagogia montessoriana, quelli che si ispirano a Steiner.

Tu e tuo marito, che avete deciso di intraprendere per i vostri quattro figli la strada della scuola parentale, come siete riusciti a coniugare il tempo che dedicate loro con il tempo per il vostro lavoro e per le vostre passioni?

Siamo fortunati perché da qualche anno mio marito riesce a lavorare da casa e si è svincolato da un lavoro che lo portava spesso fuori casa per oltre dieci ore al giorno: averlo a casa è una grande gioia per tutti noi e un grande aiuto.
Io a volte faccio traduzioni, a volte insegno e sono attività che riesco a fare nei ritagli di tempo quando i bambini sono impegnati con attività sportive, quando dormono, la notte...

Devo sottolineare che la scissione del bambino dal lavoro del genitore sembra una cosa ovvia e dovuta e invece non lo è: nel mio caso, ad esempio, se insegno fuori casa a volte mi porto i bimbi e loro partecipano a quello che è il mio lavoro. Inoltre imparano in che cosa consiste il mio lavoro e imparano a rispettarlo, sanno che ha un valore.

Chiaramente se si vuole praticare dell’homeschooling si devono fare delle scelte: se una coppia di genitori con un lavoro impiegatizio da otto ore al giorno con orari rigidi volesse fare homeschooling sarebbe difficilissimo.

C’è da mettere in conto che in questo tipo di scelta il tempo da dedicare ai bambini è un tempo “lungo”: bisogna organizzarsi in maniera radicalmente diversa rispetto allo stereotipo del genitore che esce la mattina e rientra alle 19 o alle 20 di sera.

Le principali obiezioni che vengono fatte alla scuola familiare e i timori dei genitori che “vorrebbero ma hanno paura” sono sostanzialmente due: il problema della socializzazione del bambino – che a casa non avverrebbe – e il problema del genitore non adeguato come insegnante...

Si tratta di due miti assolutamente da sfatare.

Per quel che riguarda la socializzazione c’è da notare che la scuola come esempio “madre” di socializzazione è molto scarna. La classe io la vedo un po’ come un acquario in cui sono sempre gli stessi pesci a girare nello stesso piccolo luogo: i compagni sono sempre gli stessi per molti anni, hanno tutti la stessa età, vivono spesso vicini.

I bambini educati a casa non vengono tenuti “in casa” sotto una campana di vetro, ma escono, partecipano alla vita del genitore, fanno commissioni, conoscono bambini di età diverse, frequentano adulti e anziani, vivono il quartiere: in definitiva si relazionano con maggiore frequenza con un gruppo eterogeneo di persone e non trovano difficoltà nel farlo.

Sul fatto del genitore che non ha le competenze per fare l’insegnante, mi viene da dire che non esiste un insegnante che sappia rispondere a tutte le domande di un bambino e se anche ci fosse non avrebbe il tempo di farlo, perché i tempi scolastici sono quelli che sono.

Penso che il problema fondamentalmente non sussista: non ci si ricorda più le frazioni o le divisioni in colonna o le equazioni? Ci sono i libri, si va a vedere, si ripassa e si fa.

Utilizzando insieme al bambino gli strumenti adeguati si può affrontare qualsiasi argomento a qualsiasi livello e si insegna al bambino la cosa più importante, ovvero come utilizzare i migliori sussidi didattici a disposizione (libri, internet, riviste, dvd, biblioteca, museo, altre persone) per far fronte alla propria sete di conoscenza.

Io trovo che questo approccio sia splendido, perché si tratta di un’occasione meravigliosa per ampliare la propria conoscenza insieme ai propri figli.

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 34


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Categorie: Naturalmente bambini e genitori

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