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L'insostenibile leggerezza dell'avere: un libro sulla "decrescita in pratica"

Intervista a Valerio Pignatta, autore del libro

Valerio Pignatta - 28/04/2009

Fonte: Terranauta.it




Il seguente articolo è tratto da Terranauta.it.

Valerio Pignatta, con il suo nuovo libro, ci introduce nel mondo della Decrescita affrontandone i vari aspetti. Citando il sottotitolo stampato in copertina possiamo davvero dire "Dalla teoria alla pratica: la Decrescita nella vita quotidiana". Viene infatti proposto un esauriente panorama delle diverse teorie che attraversano questa realtà affiancate e seguite da una serie di "storie" di vita decrescenti. Uomini e donne che mettono in pratica la decrescita con fatica, passione e dedizione, accomunati da una profonda contemplazione della bellezza della vita. Lo abbiamo intervistato per voi.

Valerio Pignatta, il tuo ultimo libro è intitolato L’insostenibile leggerezza dell’avere… Il riferimento a Milan Kundera appare quasi scontato. Ma come dobbiamo interpretarlo?
Sì, è un riferimento diretto. Kundera ci ha svelato come è avvenuta la trasformazione del mondo intero in una immensa “trappola”, la graduale cancellazione dell'esistenza come in quelle foto sovietiche dove i personaggi che hanno trasgredito alle regole del sistema vengono fatti sparire. Kundera ha percepito lucidamente la “Grande Marcia” verso l'avvenire come la più beffarda delle illusioni. E poi in questo titolo c'è l'assonanza con il concetto di sostenibilità ambientale legato appunto al possedere, caratteristica che sembra ormai intessuta con la mentalità occidentale ma che così non era sino a quando la cultura prevaleva sulla tecnologia.

Si può dire che il tuo sia “due libri in uno”. Da una parte una minuziosa rassegna delle origini della decrescita, dei suoi teorici, delle sue diverse manifestazioni nel territorio italiano ed europeo e dall’altra delle storie di esseri umani, di persone reali che vivono praticando la decrescita. Come è nata l’idea di strutturare il libro in questo modo e perché?
L'idea iniziale era quella di raccontare, appunto, che esistono persone che da quindici, venti o trent'anni vivono quello che oggi si chiama “decrescita” e che vi sono arrivate tramite determinati percorsi seguendo i rivoli delle proprie letture ed esistenze. Nulla di romantico o di new age come spesso viene rappresentato in questi casi, ma persone che coltivano e lavorano duramente, si impegnano per un ecosistema migliore e non hanno illusioni rispetto ad avanguardie di sorta o a movimenti istituzionalizzati che ricadono puntualmente negli stessi errori. Persone libere. Non si poteva però raccontare di queste esperienze senza dare loro un retroterra culturale, descrivere i possibili percorsi filosofici ed etici che questi individui hanno seguito. Altrimenti si rischiava di farli passare per semplici maniaci protettori della natura o folli volontari Robinson Crusoe dei tempi moderni. Invece la realtà che sta dietro queste scelte è ben altra e viene da molto lontano.

Nel libro affermi che la città è intrinsecamente portatrice di modelli consumistici e deumanizzanti. Ritieni che tutti dovrebbero spostarsi in campagna? E se ciò accadesse non rischieremmo l’estinzione della campagna stessa?
L'idea che mi sono fatto delle grandi città, avendole in passato vissute da vicino, è quella di luoghi inadatti ad un'esistenza interiore, sociale e naturale soddisfacente. In un certo senso è una realtà virtuale, creata dall'uomo e di cui egli ha perso il controllo rispetto ai fini iniziali e alle utili funzioni che la città avrebbe potuto svolgere per la collettività. Molti storici e sociologi hanno studiato a lungo il problema dell'urbanizzazione che ancora oggi grava sulle nostre teste, specie nel cosiddetto terzo mondo con conseguenze drammatiche come ad esempio l'emigrazione extracontinentale. Le funzioni ideali che una città può mettere al servizio dei suoi abitanti e del suo circondario possono essere svolte anche a una dimensione di circa 40-50.000 abitanti. A questo livello c'è tutto, cultura compresa, quella per cui solitamente si obietta che la città è utile.
La Firenze rinascimentale aveva questo numero di abitanti e credo che di cultura ne abbia prodotta un pochino... Inoltre le potenzialità umane inesplorate sono immense. Non sto parlando di potenzialità tecnologiche ma di conoscenza e di saggezza interiore. Credo che una dislocazione della popolazione sui territori del pianeta più equa e non assembrata come oggi in megalopoli cementificate sarebbe proficua per tutti, natura compresa. In questo modo non ci sarebbe bisogno di grandi infrastrutture, i trasporti sarebbero diversi, come anche la produzione di energia elettrica e quella agricola; verrebbe inoltre meno la necessità di altre grandi opere solitamente al servizio dei mostri metropolitani. Si troverebbero soluzioni dolci per la coltivazione di aree semidesertiche come l'aridocoltura ecc. Il clima del resto migliorerebbe. Sarebbe in effetti quello che è sempre stato sino a pochi decenni fa. Di testi specifici su queste problematiche e questa visione legata alla deurbanizzazione ce ne sono molti e dettagliati.

Pensare globale, agire locale. Leggendo il tuo libro ho scoperto che è una frase che risale agli anni ’30! In che modo è cambiato il mondo e quello slogan si adatta meglio alla realtà odierna o a quella passata?
Beh, certo che chi ha pensato quello slogan aveva visto molto avanti. Oggi le cose sono purtroppo cambiate molto in peggio. Certo, abbiamo la dispensa piena e una situazione igienico-sanitaria migliore, soprattutto grazie all'acqua corrente in casa e al sistema fognario. Questo ci ha permesso senz'altro un avanzamento nella qualità della vita. Nell'insieme, però, abbiamo perso la comunità, il senso dell'esistenza, il rispetto e l'affetto reciproco tra compagni di vita. Oggi tra i giovani è un valore e ha un'accezione positiva essere un “bastardo” o un “fuori di testa” che non si cura degli impegni presi, delle relazioni, della sua vita in fin dei conti, e che dimostra al mondo il suo ineccepibile menefreghismo.
Forse oggi più che di “agire locale” si tratta di “agire dentro”. L'attuale società tecno-liberista - dopo aver diviso le comunità, le parentele, le coppie sull'altare del consumismo e della inciviltà massmediatica - è riuscita a produrre la divisione all'interno del singolo individuo creando insicurezza, perdita di senso e bisogno di psicofarmaci, ottimo business e mezzo di creazione di nuovi schiavi disposti a tutto, anche alle stragi scolastiche o di famiglia. Tutto consequenziale al sistema.

Internet è senz'altro uno strumento di controinformazione come pochi; ha le sue pecche e le sue virtù. Ritieni la tecnologia di per sé negativa? E Internet?
No, certo, anche una penna a sfera è tecnologia. Forse può però essere utile fare una distinzione tra strumenti e macchine automatiche. Uno strumento è un mezzo che ancora sei tu a gestire e che magari accresce pure la tua creatività e la tua manualità e capacità di fare oltreché recarti un servizio. Un automatismo ti espropria di una parte di te. Ti schiavizza facendoti accomodare. A mio avviso siamo troppo sommersi da automatismi. Forse si potrebbe limitarne alcuni ed eliminare quelli più dannosi.
Su Internet mi sto interrogando da tempo. È senz'altro uno strumento di controinformazione come pochi. Ha peraltro le sue pecche. E le sue virtù. Permette ad esempio a molti di lavorare da casa, sebbene non abbia ancora capito se tutte le infrastrutture e gli impianti - cavi, antenne, ripetitori, server, computer, software ecc - che necessitano per farlo funzionare hanno un costo ambientale e sociale superiore a quello che vorrebbero farci credere. C'è anche il grande problema delle ripercussioni della tecnologia dei computer sul modo in cui la gente si immagina il mondo: informazioni da trattare. Ma il mondo non è una macchina e noi nemmeno. Il computer “calcola” e può quindi portare a obiettivi sconsiderati o disumani privi di senso (ossia privi di sentimenti, esperienze e sensazioni che non possono essere “calcolate”). Vedremo.

Cosa pensi del fatto che in Italia esistono diverse "decrescite"?
Credo sia inevitabile. Come la biodiversità della natura. Sarebbe bello però che anche questa diversità fosse armonica e finalizzata a uno scopo comune, ossia il benessere della collettività. Spero anche che il fascino del potere e l'illusione dell'istituzionalizzazione restino lontani da un movimento con potenzialità così positive.
Stiamo esaurendo il pianeta. Le specie si estinguono, i rifiuti ci sovrastano. Ogni cosa viene sacrificata sull’altare della società dei consumi. Eppure la reazione tarda ad arrivare. Come mai?
Mi viene spesso in mente una scena del film The Day After, dove di fronte all'imminente catastrofe planetaria e ai suoi evidenti segni premonitori la maggior parte delle persone sembra non accorgersi di nulla e continua a vivere una vita normale come se niente fosse. Credo sia come dicono alcuni studiosi ambientalisti che sino a quando non ci sei dentro la catastrofe non esiste e quando ci sei dentro è la tua situazione normale.
Non è facile. Forse il meccanismo di sblocco è passare dall'egoismo individuale della propria esistenza plastificata ed elettronica al rispetto e all'amore per l'esistente. Allora credo si inizi a vedere le cose per quello che sono con la conseguente voglia di agire in senso costruttivo.

All’impotenza delle istituzioni e delle varie ideologie che si sono susseguite in questi secoli, tu affianchi quasi provocatoriamente le storie di singoli individui che nel loro piccolo compiono rivoluzioni radicali. Credi che possa essere questa la via da seguire?
Credo che la storia dimostri che la società umana impostata sullo Stato si sia rivelata deleteria per la collettività. Siccome scalzare questa struttura burocratica e militare che ha il monopolio della violenza non è facile, ritengo che si possano ricavare spazi esperienziali di tipo non omologato autoemarginandosi, in un certo senso, rispetto alle dinamiche previste dal sistema. Forse isole sempre più ampie di individui, famiglie e clan liberati e indipendenti dalla maggior parte dei servizi e delle merci industriali-istituzionali possono creare un humus fertile per un cambiamento più grande e generalizzato della società.

Nonostante la tua analisi della realtà in cui viviamo sia spietata, dalle tue pagine traspare, malgrado tutto, una visione positiva del futuro, una visione fondata sull’amore, sulla manualità, sulla riscoperta dei sensi e del senso. E, soprattutto, una speranza basata sulla convinzione che i figli della decrescita possano costruire un mondo diverso. È così?
Sì. Se ce lo lasceranno fare. Le restrizioni legali e burocratiche per chi non vive omologato sono sempre maggiori. Altrimenti dovremo inventarci come continuare a poter allevare umani immuni al virus del consumismo e alle patologie devastanti che ne derivano per il corpo e la mente. Nell'insieme credo comunque che il momento per un nuovo Rinascimento stia arrivando. La situazione è ormai chiara a molti. La difficoltà consiste nel passaggio dalla comprensione all'azione, anche perché la televisione ha abituato le persone a vivere più nel limbo mentale che nella realtà. Lo sciopero virtuale ne è la massima espressione.
Quando però non uscirà più acqua dal rubinetto o si dovrà andare a piedi per chilometri per raccogliere un po' di legna per scaldarsi, credo proprio che la presa di coscienza sarà immediata. A quel punto si potranno imboccare due strade: quella solita della prevaricazione e della violenza egoica oppure quella della condivisione e della solidarietà. Credo che tutti questi anni di riflessione etica e ambientalista e di crescita collettiva rispetto ai diritti umani di una buona parte delle società moderne spingano nella seconda direzione. Almeno spero.

 

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Categorie: Decrescita














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