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L'insostenibile leggerezza dell'avere

Un libro di Valerio Pignatta (EMI, 2009) che racconta la decrescita vissuta nel quotidiano.

Valerio Pignatta - 02/04/2009




«Certi strumenti sono sempre distruttivi, qualunque sia la mano che li governa: la mafia, i capitalisti, una ditta multinazionale, lo Stato o anche un collettivo di lavoratori. Così è, ad esempio, per le reti autostradali a corsie multiple, per i sistemi di comunicazione a grandi distanze che utilizzano una larga gamma di frequenza, e così anche per le miniere a cielo aperto o per la scuola. Lo strumento distruttivo accresce l’uniformazione, la dipendenza, lo sfruttamento e l’impotenza; toglie al povero la sua parte di convivialità per rendere i ricchi ancora più ciechi alla perdita della loro».
Ivan Illich

«Non ignoro che non è sempre possibile fare ciò che sarebbe necessario fare, ma so che vi sono cose che è rigorosamente necessario non fare mai».
Sébastien Faure

Negli anni Settanta del Novecento, parecchie cassandre pronunciarono oracoli e previsioni nefaste per il sistema economico e sociale che ci caratterizza. Quasi quarant’anni dopo, checché se ne dica, la situazione paventata in quegli avvertimenti, lasciati cadere nel vuoto, di questi intellettuali e osservatori lungimiranti è divenuta realtà. Con l’estremizzazione del liberismo economico e l’esportazione del modello occidentale al resto del mondo, il pianeta si sta avviando a diventare (se non lo è già) un’enorme mefitica discarica a cielo aperto. Questo infinito immondezzaio sempre più megaurbanizzato e urbanizzante è abitato da fantasmi che hanno ancora una parvenza umana, ma che in realtà sono ectoplasmi programmati per lavorare a basso costo e consumare letteralmente ogni risorsa sino alla dissoluzione del pianeta stesso. Su di questo, essi vagano senza sosta alla ricerca dell’ultima novità che il mercato propone, nella speranza di riempire il vuoto totale di senso delle proprie esistenze telecomandate dall’industria pubblicitaria.
Qualcuno ha scritto parecchio tempo fa che «questo mondo non tiene conto ogni giorno della realtà. La realtà potrà ben presto non tener conto di questo mondo». Secondo i dati in nostro possesso, e secondo quello che ormai è possibile leggere quotidianamente sulla stampa, siamo dunque quasi arrivati a questo momento.
Alcuni autori parlano espressamente di sesta estinzione di specie. Parole come “sconvolgimenti climatici”, “desertificazione”, “profughi ambientali” e simili ricorrono un po’ ovunque. Chi è riuscito a salvare dall’estinzione almeno un minimo di buon senso ha sotto gli occhi una situazione alquanto degradata, sia dal punto di vista ambientale che sociale.
I problemi di questo terzo millennio che abbiamo davanti sono enormi.
Eppure, come afferma acutamente Serge Latouche in un suo recente libro, nonostante tutto ciò una reazione positiva e ragionevole stenta a decollare. Manca una vera coscienza di quello che sta accadendo. Nessuno si muove o perlomeno chi lo fa non vi immette la dovuta energia, coerenza e convinzione. Scrive Latouche che «è inutile stilare la lista delle catastrofi ecologiche già in atto o preannunciate, lo scenario è fin troppo noto, il problema è che non riusciamo ad afferrarne la portata: la catastrofe è inimmaginabile fino a quando non si è realmente prodotta. Siamo anche perfettamente consapevoli di ciò che sarebbe necessario fare, ovvero cambiare orientamento, ma in pratica non facciamo nulla».
Così sembrerebbe e così sicuramente è a livello di massa. Questa osservazione però non è valida se andiamo a verificare le periferie dell’impero occidentale, dove qualcosa di diverso e interessante sta accadendo da tempo.
Questo libro ha in primo luogo l’intenzione di fare una breve sintesi dei movimenti politici e sociali e dei pensatori che negli ultimi due secoli e mezzo di rivoluzione industriale hanno avuto una sensibilità ambientale e sociale “particolare”, che si potrebbe chiamare “antiproduttivista” o “antiprogressista” (termini forse infelici e a forte rischio di essere fraintesi, ma del resto inevitabili). In secondo luogo, ma direi spassionatamente “soprattutto”, il presente testo si pone il fine di far conoscere singolari esperienze di vita portate avanti nel nostro paese e che si svolgono all’insegna di quella che oggi viene comunemente chiamata “decrescita”.


In questo termine sono comprese ormai varie visioni e, talvolta, movimenti e partiti di destra e di sinistra si accapigliano sulle interpretazioni e sulle progettualità che la definiscono nel concreto. Serge Latouche, che è sicuramente uno degli studiosi che maggiormente hanno delineato questo nuovo paradigma economico, ma direi anzitutto esistenziale (dato che in ultima analisi propone l’abolizione dell’economia così come la si intende oggi), definisce la decrescita come «una parola d’ordine che significa abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente. A rigor del vero, più che di “decrescita”, bisognerebbe parlare di “acrescita”, utilizzando la stessa radice di “a-teismo”, poiché si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo».
Se a livello di macrosistemi è ancora difficile (se ben non impossibile) riuscire a immaginare come potrebbe funzionare una società improntata a questi principi (e Latouche invita a scatenare la fantasia e a non darsi limiti a priori), nel micro, a livello individuale e di piccoli gruppi, è sicuramente fattibile avviare immediatamente scelte e stili di vita che ci rendono più felici nel momento in cui ci affrancano dal sistema che avviluppa le nostre vite.
Senza cadere nella retorica del “buon contadino” pre-rivoluzione industriale, è innegabile che autori come ad esempio Jean Giono hanno posto dei dubbi irrisolti sul senso di una società di dipendenti (secondario, terziario) anziché di uomini economicamente pressoché liberi (primario, autoproduzione).
In termini di macroeconomia ancora non si è risposto a queste domande, ma, appunto come si diceva, a livello di dimensione locale alcune cose sono cambiate dai sopraccitati anni Settanta. E questo sia in Europa sia negli Stati Uniti, due dei centri più importanti del vampirismo economico e finanziario internazionale.
È infatti negli ultimi trent’anni che si è innescato un piccolo costante stillicidio di abbandoni del sistema da parte di esseri umani che hanno lasciato grandi e medi centri abitati industrializzati per spostarsi verso le periferie. In aperta campagna, sui monti e sulle colline, da decenni si è dunque formato un popolo di individui che è pressoché sconosciuto fuori dai propri circuiti. O, quando lo è, viene assolutamente e brutalmente denigrato o ridicolizzato da mass media e moralisti teledivanodipendenti di turno.
Questo fenomeno, lungi dall’essersi fermato, rappresenta oggi a mio parere, in tutte le sue varianti, un universo la cui conoscenza favorisce la riflessione in chi abbia voglia nel concreto di gettare profonde basi per un cambiamento personale che riesca ad attenuare il peso della palla al piede che il sistema produttivistico e consumistico costringe a trascinarsi appresso.
Il bisogno dal punto di vista economico e produttivo di fare un dietrofront concreto non risponde infatti solo alle necessità di un ecosistema terrestre ormai profondamente disastrato e sull’orlo di una crisi definitiva. Esso si accorda anche con l’esigenza, ormai diffusa nella società contemporanea occidentale, di ritornare a ritmi meno esagitati, dove la gioia che deriva dall’assaporare una vita semplice e a maggiore contatto con la natura non è una mera griglia ideologica romantica senza effettualità, ma la scoperta di una dimensione veramente vitale per l’Homo sapiens che, perlomeno al momento attuale, ancora non è il discendente biologico di cuscinetti a sfera, bulloni o microchip.
Inquadrate dunque in questa ottica un po’ “primitivista” le testimonianze raccolte potrebbero sembrare un po’ “estreme” o patetiche per la maggior parte dei lettori che nella loro vita altalenano ad esempio tra Porta Ticinese e Piazza del Duomo o tra Piazza Navona e il Colosseo. E se ci si ferma a un’analisi superficiale lo si potrebbe sostenere.
Però un proverbio del buon senso comune antico non potrebbe essere più azzeccato per questa situazione: l’apparenza inganna. Se infatti vogliamo essere onesti sino in fondo, i veri estremisti oggi chi sono? Qual è il sistema di sfruttamento pianificato ai puri fini del profitto che sta stremando il pianeta e tutti gli esseri viventi?
La catastrofe quotidiana di distruzione di specie animali e vegetali a quali estremisti la dobbiamo? Chi ci ha depredato delle relazioni sociali e ha mercificato quasi ogni rapporto interpersonale? Chi obbliga intere popolazioni alla fame o a esodi intercontinentali?
È ovviamente comprensibile che ogni individuo aspira alla sua realizzazione ed è caratterizzato da limiti personali, tendenze, inclinazioni sue proprie. Ogni individuo infatti dovrebbe seguire la sua vera natura e cercare di adempiere il sogno che scaturisce dal suo profondo, invece che omologarsi all’interno del verbo consumista dominante. In questo senso, allora, le esperienze riportate diventano un ottimo strumento di riflessione e di scardinamento dell’immaginario produttivista e lavorista che da un paio di secoli si è venuto imponendo.
I lettori di questo testo quindi non sono necessariamente invitati ad affrontare la vita così “spartanamente” come la stanno esperendo le persone di cui qui si narra. Ma è fuori di dubbio che la semplice realizzazione che esista la possibilità di sganciarsi e defilarsi verso forme di esistenza più conviviali e liberate non può che fare bene alla coscienza di tutti. Ognuno poi perseguirà il proprio “disinserimento” secondo modalità a lui proprie e secondo i propri desideri, nell’unico intento di recuperare la gioia di vivere e la consapevolezza di dare un senso vero all’esistenza nel rispetto delle altre forme di vita. Perché, come scrive Ivan Illich, «l’uomo-macchina non conosce la gioia che è a portata di mano, in una povertà voluta; ignora la sobria ebbrezza della vita. Una società in cui ognuno sapesse quanto basta sarebbe forse una società povera, ma anche, non c’è dubbio, libera e ricca di sorprese».
E se queste possono sembrare solo affermazioni di principio che sfumano di fronte alle prime concrete scomodità di una vita sobria, chiederei di leggere con molta attenzione e obiettività le parole di chi ha scelto veramente di fare propria la massima di Henry David Thoreau secondo cui «un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può permettersi di far senza» e lo vive da decenni.
In ultima analisi, quindi, tutto dipende essenzialmente da quanto vogliamo diventare veramente “ricchi”.
Ricchi di relazioni, di sensazioni, di contemplazione, di libertà, di gioia, di ammirazione per l’esistente, di salute, di speranza, di futuro...

 

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Categorie: Decrescita














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