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Mindfulness: mente calma e cuore aperto

Intervista a Carolina Traverso, psicologa e psicoterapeuta, sui benefici a 360 gradi di fare meditazione

Le Vie Del Dharma - 21/04/2017




Hai un grande talento per la divulgazione: leggendo il tuo libro e i tuoi articoli abbiamo apprezzato molto il linguaggio semplice e chiaro, al contempo ispirante e pratico, con cui riesci a coinvolgere i lettori pur non risparmiando loro il lato impegnativo e le difficoltà di un percorso di mindfulness. Come spiegheresti ai nostri lettori, in poche frasi, il concetto di mindfulness?

Grazie! Ultimamente mi sono accorta che le parole che scelgo per introdurre il concetto di mindfulness tendono un po’ a variare, forse perché, essendo un’esperienza diretta, viva, cambia anche nel tempo il modo di percepirla. Oggi, ti direi che la mindfulness è l’arte di stare esattamente dove siamo, cioè al centro delle nostre esistenze, mantenendoci aperti a ciò che la vita ci presenta, invece che chiuderci nei nostri schemi abituali. 

Il punto è che, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo, in ogni momento possiamo scegliere che tipo di relazione avere con ciò che accade dentro e fuori di noi. Possiamo farci portare via dall’energia dei nostri giudizi, per esempio aggrappandoci disperatamente a ciò che ci piace e respingendo con affanno ciò che non ci piace, sino ad attaccare talvolta persino noi stessi, oppure iniziare a rilassarci con quello che c’è, anche quando avremmo preferito che le cose fossero diverse.

Questo non significa che non possiamo avere delle preferenze o che la mindfulness sia un invito alla passività. Piuttosto, se iniziamo a conoscere i desideri, le paure e gli automatismi che troppo spesso ci fanno agire come se fossimo palle da biliardo mosse da stecche invisibili, si apre anche la strada per fare scelte più consapevoli – e quindi più libere- che fanno bene a noi e agli altri. 

Hai studiato con Jon Kabat-Zinn, la cui ricerca sull’uso della meditazione per far fronte a stress, ansia, dolore e malattia è stata fondamentale. Vuoi raccontarci qualcosa della tua esperienza di studio con lui? 

L’esperienza con Jon Kabat-Zinn e i suoi collaboratori del Center for Mindfulness è stata fondamentale. Gli sono profondamente grata. Anche se non posso sapere esattamente in che modo, credo che la mia vita sarebbe stata molto diversa se non lo avessi incontrato. Kabat-Zinn non ha solo il merito di avere coltivato in modo sistematico l’intenzione di portare i benefici della mindfulness nella società e nella medicina occidentali attraverso il programma MBSR, ma è anche un grande maestro che parla dal cuore.

Esprime un coraggio e una compassione rari, oltre ad avere un grande sense of humour, che per me è una delle caratteristiche di un bravo maestro. Ricordo come se fosse ieri, e ogni volta che ci penso sorrido, la forza che mi ha trasmesso dopo la prima tranche di training con lui. Di ritorno in Italia, infatti, in un momento in cui la mindfulness era ancora sconosciuta ai più – era il 2009- avevo portato con me un obiettivo molto ambizioso: volevo cambiare il mondo con la mindfulness! 

In cosa consistono la pratica formale e la pratica informale della mindfulness?

La pratica formale si riferisce alle volte in cui scegliamo un luogo tranquillo per dedicarci in modo sistematico a osservare per esempio le sensazioni del respiro, o del corpo nel suo insieme, per un tempo prestabilito. Alcuni credono che praticare mindfulness consista esclusivamente in questo. E’ una visione riduttiva in cui si corre il rischio di usare la meditazione come una parentesi, un luogo immaginario dove sentirci al sicuro dalle brutture del mondo e, magari, migliori degli altri. 

Ma la meditazione è qualcosa di completamente diverso. Consiste nel lasciare andare le nostre difese abituali per entrare in contatto diretto con la vita così come si svolge momento per momento: le sensazioni del respiro, il cuore che batte, le natiche pesanti, un suono lontano, un pensiero che arriva, un fremito interiore. E quando la pratica formale finisce, continua il resto della nostra esistenza con tutte le sue infinite provocazioni, che sono occasioni per risvegliarci ed essere anche un po’ contenti. 

La pratica informale comprende tutti i modi con cui possiamo coltivare l’arte di essere presenti con curiosità, coraggio e gentilezza alle sfide della vita quotidiana. Per esempio possiamo ancorarci alle sensazioni del respiro quando qualcuno dice o fa qualcosa che non ci piace, creando lo spazio per risposte più creative invece che chiuderci o aggredire. Oppure possiamo coltivare la gratitudine, un potente antidepressivo che ci sostiene nel lasciare andare la convinzione di non essere o di non avere abbastanza. 

Parlaci dell’importanza del respiro. Cosa sono gli attivatori di mindfulness del respiro nella vita quotidiana e quali suggerimenti daresti a chi inizia a praticarli?

Il respiro è meraviglioso: se stiamo respirando, significa che siamo vivi. Il respiro è anche portatile e solidale: ci accompagna in ogni luogo e, pur variando nelle sue espressioni, resta con noi sia nei momenti magici, sia in quelli difficili, quando ci sentiamo felici e anche quando siamo a pezzi. Per tutte queste ragioni, ricordarci di sentire il respiro nell’arco delle nostre giornate è un modo per ritornare a noi stessi e riconnetterci con l’intenzione di aprirci a questo momento così com’è, anziché vivere in balia di paure e desideri. 

Gli attivatori di mindfulness del respiro sono richiami che ci aiutano a mantenere viva la pratica nel mezzo delle attività quotidiane. Possiamo usare dei post-it, da mettere per esempio vicino al letto o sullo specchio del bagno, oppure in auto se guidiamo spesso. Alcune persone hanno, per esempio, la scritta “Respira” come salvaschermo del loro computer o del telefonino. Anche la suoneria del cellulare può essere un fantastico attivatore di mindfulness: ricordarci di tornare alle sensazioni del respiro prima di rispondere agli stimoli in entrata che, come sappiamo, non sono sempre piacevoli, può farci sentire un po’ meno stressati e rendere la nostra vita di relazione più gioiosa. 

Nel corso dei tuoi viaggi hai avuto l’opportità di trascorrere un lungo periodo in India e in Asia. Nel corso di questa esperienza hai avuto modo di incontrare o di approfondire la tua conoscenza dello yoga e della meditazione di scuola orientale? Questa esperienza ha influenzato in qualche modo la tua attività di psicoterapeuta e di insegnante di mindfulness?

Sono partita da sola per l’Asia a 28 anni, senza cellulare, e sono tornata a casa nove mesi dopo. Ero alla ricerca di esperienze che mi facessero crescere, ma non avevo le idee molto chiare su ciò che cercavo. Ho pianificato poco e, dopo l’ansia iniziale e il timore di avere fatto una scelta un po’ folle, mi sono lasciata portare da eventi e incontri.

A Dharamsala, in India, ho praticato yoga con un maestro indiano e insegnato l’inglese ai rifugiati tibetani, esperienza che ho poi ripetuto nel liceo di Luang Prabang, in Laos. Sempre a Dharamsala, ho fatto la mia prima esperienza di ritiro di meditazione vipassana. Mi sono però anche concessa di riposare e fare festa sulle spiagge della Thailandia, e di disegnare e produrre una linea di pantaloni a Bali.

Nel tempo, ho scoperto che la cosa più interessante, almeno per me, era osservare il mio atteggiamento rispetto a ciò che la vita mi portava, vedere le mie passioni e le mie paure emergere, e scoprire che potevo cambiare alcune abitudini. Chissà, forse proprio allora ho iniziato a praticare mindfulness senza saperlo!

Qualche anno dopo, è stato ancora in India, durante un periodo trascorso al Purple Valley Ashtanga Retreat di Goa che, chiacchierando una psichiatra che veniva dalla Svezia e che era anche uno degli insegnanti, ho sentito parlare per la prima volta del lavoro di Jon Kabat-Zinn. 

Nel libro citi Matthew Sanford: "Lo yoga è il luogo dove le intenzioni della mente incontrano i limiti del corpo". Puoi commentare questa citazione?

Adoro questa citazione! Mi ricorda che sono un essere umano fatto di testa, cuore e corpo e che ho il dovere di prendermi cura di tutte queste parti, ascoltando e rispettando i segnali che mi danno, un momento alla volta. Sembra banale, ma è facile dimenticarci l’importanza di accogliere tutti gli aspetti della nostra esperienza: spesso finiamo con il privilegiare quelli in cui ci sentiamo più sicuri, o che consideriamo più importanti, a scapito degli altri.

Citare Matthew Sanford, che insegna yoga a migliaia di persone seduto su una sedia a rotelle, è un modo per ricordarci che siamo, e possiamo, molto di più di quanto solitamente non crediamo e che integrare il corpo e la mente, coltivando coraggio, gentilezza e chiara visione, può non solo farci bene alla salute ma può, letteralmente, cambiare il mondo. 

Infine, tre buone ragioni per venire a conoscerti e partecipare alla tua masterclass di mindfulness a Vivi Yoga!

Nel corpo sento che sto arrossendo, nel cuore c’è un po’ d’imbarazzo, la mente dice: “Questa è proprio la domanda più difficile di tutte!” (ride). Forse, leggendo questa intervista, le tre buone ragioni qualcuno le ha già trovate.

I dubbiosi potrebbero iniziare a seguire la mia pagina Facebook (SemplicementeMindfulness), ascoltare le tracce audio gratuite di Mente Calma Cuore Aperto e, magari, leggerlo prima del workshop.

Da parte mia, vi prometto che alla masterclass verrò con l’intenzione di condividere con voi tutto ciò che ho scoperto sinora su come la mindfulness può aiutarci a vivere una vita degna di essere vissuta, e conto di farlo con tutto l’amore che ho. A presto! 

Leggi la seconda parte dell’intervista su: http://www.leviedeldharma.it/intervista-carolina-traverso/

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 48


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