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Moxa: tutti i benefici dell’erba che brucia

La pratica antica a base di foglie di artemisia che cura diversi disturbi

Romina Rossi - 22/08/2014




La moxibustione, o moxa, o moxaterapia, è una pratica millenaria non invasiva, caposaldo della Medicina Tradizionale Cinese, che permette di curare attraverso il calore: l’applicazione si basa infatti sugli stessi principi fondamentali e sugli stessi punti dell’agopuntura, sebbene la moxa sia addirittura più antica.

Una nota curiosa riguarda l’origine del nome: sebbene sia di origine cinese, moxa è il nome che deriva dal giapponese Moe (bruciare) Kusa (erba), per cui, erba che brucia.

In Occidente la moxa è praticata solo da qualche decina di anni – anche se la si conosce fin dal 700, “importata” da alcuni commercianti olandesi che avevano scambi con l’Oriente – ma in Cina testimonianze di questa pratica risalgono al II e I secolo a.C.: sono dell’epoca alcune descrizioni di questa tecnica, rinvenute in un libro di seta di materia medica. In altri libri successivi la pratica della moxibustione è indicata come terapia efficace soprattutto nelle fasi croniche della malattia e laddove altri trattamenti hanno fallito.

Sappiamo da ritrovamenti archeologici che in passato la moxibustione veniva fatta con l’uso di ramoscelli e foglie secche, carbone di legna, zolfo o bastoncini di avorio.

Oggi invece la cura a base di calore viene fatta esclusivamente per mezzo dell’Artemisia vulgaris (Assenzio cinese), una pianta arbustiva della famiglia delle Composite che cresce e si sviluppa nella maggior parte dei paesi dell’emisfero boreale. 

In Italia ne esistono circa 20 specie, crescono nei terreni incolti e sul ciglio delle strade. Per la moxa ci si avvale del calore sprigionato dalle foglie della pianta essiccate e invecchiate per almeno 2 anni. Le foglie secche e triturate hanno una consistenza lanuginosa, motivo per cui assumono il nome di “lana di moxa”.

La moxa si può praticare con l’uso di:

  • sigari di artemisia, lunghi circa 20 cm e con un diametro di 1-2 cm. Le foglie intere sono avvolte in carta di gelso imbibita di albume d’uovo, ricoperto da un involucro di carta. I sigari vengono usati tenendo la brace della punta a 2-3 cm di distanza dalla zona da trattare, senza arrecare bruciature;
  • coni di artemisia, che impiegano la “lana” di artemisia, usata per il trattamento di moxa diretta, sempre meno diffusa, se non in casi eccezionali, che prevede di lasciare bruciare la lana fino a provocare piccole ustioni, e di moxa indiretta, in cui cioè la lana non viene messa a diretto contatto con la cute, ma accesa sopra a una fettina di zenzero, aglio o uno strato di sale, che aumentano l’azione riscaldante della moxa. La dimensione dei coni varia da quella di un grosso fagiolo a quella di un chicco di grano;
  • aghi dotati di piccole else che contengono la lana di moxa. Una volta incendiata la lana, il calore si propaga lungo l’ago fino ad arrivare agli strati cutanei.

 

Indipendentemente dalla tecnica usata, l’azione della moxa è simile: bruciando a una temperatura di 800°, le sostanze dell’artemisia, liberate durante la combustione, penetrano nella pelle e si diffondono in tutto il corpo, attraverso i meridiani – la rete di canali energetici che si diramano per tutto il corpo e sono collegati a organi e visceri – e i vasi sanguigni.

Un recente studio su pezzi di carne morta – dove quindi meridiani e vasi non sono più attivi – ha evidenziato la presenza dei componenti dell’artemisia fino a 3 cm di profondità.

Cosa curare con il calore

La moxa – che è un trattamento indolore e non ha controindicazioni – è utile per curare una serie di disturbi, grandi o piccoli che siano, che possono compromettere il nostro benessere quotidiano.

Sia che la usi da sola o insieme alla cristalloterapia o all’agopuntura, si sono riscontrati risultati positivi nei trattamenti di depressione, ansia, insonnia, mal di testa, raffreddore, asma, diarrea, emorroidi, cistite, faringiti, laringiti e flebiti.

Può essere usata come prevenzione nelle malattie influenzali, ma anche per tonificare e aumentare l’energia del nostro corpo. È un ottimo strumento terapeutico nei casi in cui si verifichino dolori articolari, in presenza di fratture e microfratture, cervicalgia, lombalgia, e le zone articolari in cui si è persa la sensibilità.

In presenza di morsi di vipera, il calore della moxa riesce a denaturare la struttura molecolare del veleno, che diventa inefficace all’interno del nostro organismo.

La moxa è efficace anche nelle donne incinte, laddove si riscontrano posizioni anomale del feto: in questo caso la pratica andrebbe effettuata alla 32ª o 34ª settimana di gestazione e non oltre. Non avendo controindicazioni, si può fare anche nei bambini. Attenzione però a non praticare la moxa in presenza di cisti, nei, verruche, vene varicose, aree infiammate e calde al tatto, in presenza di febbre o di tumori.

Durante il trattamento, il terapeuta deve individuare i punti dei meridiani da trattare e anche fare attenzione al modo in cui eseguirla: la moxa infatti può sia disperdere un punto – che risulta carico di energia bloccata che va liberata, ed è quindi in “pieno” – che per tonificarlo – in questo caso il punto ha bisogno di energia perché ne ha poca cioè è in “vuoto”.
Generalmente, nel caso in cui un punto vada disperso il calore deve essere più intenso e la rotazione è in senso antiorario se si usano i sigari, mentre i coni devono essere pochi e di medie dimensioni in modo da bruciare più velocemente. Se il punto è da tonificare il calore sarà più moderato, il sigaro va ruotato in senso orario e i coni saranno più alti e stretti per bruciare più lentamente.

Di solito, è preferibile praticare la moxa al mattino e non più di 3 volte a settimana: il sigaro o i coni vengono lasciati per un massimo di 5-10 minuti.

Le persone con allergia alle Composite dovrebbero fare attenzione, poiché potrebbe creare reazioni allergiche.

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 37


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Categorie: Critica al Sistema Sanitario




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