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Una ricca estate

I mesi più produttivi nell’orto e nel giardino

Grazia Cacciola - 18/06/2014




Elencare quali e quante leccornie e bellezze vegetali sono pronte nei nostri orti, giardini e aree selvatiche in questi mesi occuperebbe tutta la rubrica e forse qualche altra pagina della rivista.

Sono i mesi che danno più lavoro e anche più soddisfazioni.
E discussioni.

Sì, perché a casa mia, dopo aver studiato per anni tutte le scuole di pensiero dell’agricoltura naturale, si è arrivati al dibattito orto-filosofico.

Per esempio, io ritengo giusto diradare le albicocche per non appesantire l’albero, onde evitare cadute di rami giovani sovraccarichi come già capitato, ma lotto con un fermo sostenitore dell’albero che “si regola da sé” nonché attentissimo guardiano dei suoi alberi da frutto. Così si discute del perché andrebbero tolte e del perché no. La sto spuntando io – forse – ma la lotta è in corso mentre scrivo.

Le albicocche delle varietà precoci, in maggio, sono ormai grandi come datteri e sono tante, davvero troppe su alcuni rami. Vanno diradate a inizio maggio, o comunque non più di tre-quattro settimane dopo la fioritura, e il vantaggio non è solo evitare la spaccatura di rami giovani troppo carichi, ma anche l’aumento del sapore e della pezzatura per i frutti che restano sull’albero. Un discorso con cui un tempo non mi trovavo d’accordo, fresca di letture dei rivoluzionari del filo di paglia, ma che oggi con l’esperienza condivido.

Per il mio giardino ho scelto la varietà antica Albicocco Reale di Imola, che fino a una ventina di anni fa veniva coltivato nelle pianure romagnole. Si è adattato bene anche sull’Appennino e resiste agli inverni rigidi.

Questa varietà, buonissima e con frutti a polpa molto dolce, è quasi del tutto abbandonata perché ha la particolarità di far maturare i frutti scalarmente e quindi richiede più di un passaggio di raccolta. Quel che per la grande distribuzione è uno svantaggio, per noi è un grande vantaggio: raccogliere i frutti e gustarli per più di un mese, invece che tutti insieme, una sola volta.

L’altro problema a cui devo rimediare tutte le estati con gli alberi del genere Prunus (ciliegio, pesco, amarena, prugno), è la Taphrina deformans, comunemente conosciuta come “bolla del pesco”, un fungo che attacca non solo il pesco ma tutto il genere Prunus (e da me persino le rose!). Per contrastarlo faccio dei lavaggi fogliari a spruzzo diretto con macerato di ortica (vedi ricetta sotto).

Avendo questo macerato un ottimo contenuto di azoto, ferro e acido formico, contrasta bene la diffusione della bolla e, cadendo sul suolo, agisce anche come fertilizzante.

Ai piedi di questi alberi semino delle misticanze da taglio per le insalate estive. Lattughini e radicchi giovani tengono fresco e sciolto il terreno in cui affondano le radici, mentre l’insalata cresce tenera e ben idratata grazie all’ombreggiatura dei rami. Il macerato di ortica che man mano cade dai trattamenti dell’albero soprastante la fertilizza, su un terreno già arricchito con compost e macerato di equiseto (vedi ricetta nel numero precedente). 

Il Macerato di Ortica 

L’ortica si raccoglie selvatica o si può coltivare, persino sul balcone in vaso, ed è utile anche per l’erboristeria e per la cucina. Si trova di solito dove c’è una certa attività di decomposizione naturale di materiale organico: limitare dei boschi, sponde di corsi d’acqua ecc. La sua presenza migliora i processi di formazione dell’humus nel suolo e sottrae l’eccesso di azoto e ferro. 

Il macerato si fa con le sole foglie di ortica, la cui raccolta è bene fare al mattino presto. Questo macerato è utile nebulizzato sulle piante per afidi, mosca bianca, cavolaia e per infezioni fungine come la bolla del pesco. Irrorato sul terreno è un ottimo fertilizzante perché contiene molto ferro, azoto e acido formico. 

Esiste anche un altro tipo di macerato di ortica biodinamico ottenuto con le piante intere tagliate, che vengono lasciate ad appassire fino al pomeriggio e successivamente interrate in una buca intorno ai 30-40 cm. Dopo un anno viene prelevata l’ortica trasformata in una massa scura di humus e conservata in contenitori ermetici.

Il preparato così ottenuto ha la capacità di ordinare i processi del compost, in particolare riguardo quelli dell’azoto, del ferro e del potassio e del calcio. Basta inserirne nel compost una piccola quantità per aiutarlo nell’attivazione. 

La ricetta del macerato di ortica

Raccogliere 1 kg di foglie apicali di ortica. Immergerle in un secchio con 10 litri di acqua, coprire con un coperchio. Rimescolare di tanto in tanto e dopo circa 7 giorni (anche meno se la temperatura è alta) le erbe introdotte si macerano, fermentando leggermente. A questo punto il macerato è pronto: le foglie risultano sciolte, si intravedono appena le nervature e il colore è ancora verde.

Si filtra e si diluisce con altra acqua ferma fino a 40 volte, ovvero 1 litro di macerato si diluisce in 40 litri di acqua. Per utilizzarlo, si dinamizza, ovvero si rimescola per una decina di minuti. Va usato per irrigare il piede della pianta. Per l’uso a spruzzo invece, è meglio diluirlo al massimo possibile, 40 volte. Si possono ridurre le dosi raccogliendo solo 100 gr di ortica e macerandola in 1 litro di acqua, seguendo il procedimento descritto e con l’accortezza di usare un contenitore più alto che largo. L’odore molto forte del macerato non permane su frutti e verdure che avranno il loro sapore al momento del consumo.

In caso di pioggia nel periodo di virulenza, bisogna avere la pazienza di ripetere l’irrorazione. 

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 37


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Categorie: Ecologia e Localismo,Ambiente




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