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Vaccini: facciamo il punto con l’esperto

Intervista al dottor Eugenio Serravalle all’indomani della proposta di legge di rendere obbligatori i vaccini per bambini di età pediatrica

La Redazione - 09/11/2016




A inizio luglio scorso la Regione Emilia-Romagna ha approvato una proposta di legge che prevede la vaccinazione obbligatoria per i bambini che vengono iscritti al nido e alle scuole dell’obbligo.

Cerchiamo di fare chiarezza e di capire qual è la situazione attuale e cosa cambia – se cambia – da ora in poi.

Dottor Serravalle, a inizio luglio in Emilia- Romagna è stata approvata la legge sulla vaccinazione obbligatoria per i bambini delle scuole dell’obbligo. Qual è la situazione attuale e cosa cambia ora a livello nazionale con questa nuova proposta? 

Per il momento si tratta di una proposta di legge che ancora non è stata legiferata, quindi per l’anno 2016- 2017 non dovrebbe essere operativa. D’altra parte va detto che la proposta si scontra contro tutta una serie di difficoltà pratiche: si vuole rendere vincolante l’adesione all’obbligo vaccinale di quattro vaccini per i bambini che entrano al nido, che però si scontra con la normativa nazionale.

Il decreto presidenziale 355 del 1999 sancisce infatti che tutti i bambini possono frequentare la scuola dell’obbligo anche se non correttamente vaccinati. Il decreto è stato esteso, successivamente, per la scuola non dell’obbligo (nidi e materne) e ha sancito che fossero le singole Regioni a deliberare sull’ammisibilità. L’Emilia Romagna è stata la prima a legiferare in favore dell’abolizione dell’obbligo vaccinale. Nel caso le Regioni decidessero che per i nidi e materne serve l’obbligo vaccinale, ci sarebbe un conflitto con il suddetto decreto.

Anche ammesso che la legge venga applicata resta comunque il problema di come fare le vaccinazioni obbligatorie dato che queste non sono in commercio. Infatti i vaccini obbligatori sono quattro: ad oggi però non esiste una formula che li contenga tutti così come non esistono i quattro vaccini singoli. Ciò significa che un genitore, che voglia rispettare la norma, dovrebbe fare un vaccino esavalente, che a sua volta comprende due vaccini facoltativi. Si tratta di un’ulteriore dimostrazione che ci sono delle difficoltà sia pratiche che legali nell’applicazione della eventuale legge.

Se davvero l’Emilia-Romagna dovesse mettere in atto questa legge, dovrebbe assicurare i quattro vaccini obbligatori: polio, difterite, tetano ed epatite B. Nell’ipotesi che la legge diventi effettiva, ma i vaccini obbligatori non dovessero essere disponibili, sarà un bel problema per le Regioni.

La proposta di legge è stata approvata perché pare che negli ultimi anni sia scesa la copertura vaccinale e si teme quindi l’inefficacia dell’immunità di gregge, soprattutto per le persone già affette da altre malattie e quindi più a rischio di contagio di quelle che sono considerate malattie debellate. 

Si tratta di un argomento pretestuoso, innanzitutto perché vaccinato non significa immunizzato: non è detto che un bambino vaccinato sarà immune per tutta la sua vita. Nessun vaccino funziona nel 100% dei casi, alcuni funzionano meglio di altri, ma nessuno di questi assicura un’immunità permanente: molti hanno un effetto che dura pochi anni, come quello della varicella, tant’è che si è arrivati a proporre la seconda dose. 

Ogni vaccinazione può inoltre comportare un rischio: nella maggior parte dei casi non esistono reazioni avverse, ma quando ci sono, possono essere molto gravi. A parere mio se si decide di somministrare un farmaco, perché i vaccini sono farmaci a tutti gli effetti, ne deve valere la pena. Purtroppo però i vaccini non sono sempre efficaci né sicuri.  

Al momento, epidemiologicamente, possiamo dire che per due malattie il rischio di contrarle è modesto: i casi di poliomielite nei primi 6 mesi dell’anno in corso sono stati 30 in tutto il mondo, mentre i casi di difterite continuano a non essere presenti nel nostro Paese. Ciò dimostra che non c’è un’urgenza epidemiologica tale da giustificare un provvedimento come quello appena approvato.

Su questa faccenda si fa deliberatamente una grossa confusione, facendo appello a epidemie ormai scomparse: nel nostro Paese le uniche due epidemie che sono effettivamente radicate sono la poliomielite e la difterite. In Austria la copertura vaccinale per la poliomielite è dell’85% (rispetto al 95% dell’Italia) e non si sono verificate epidemie, nemmeno con coperture vaccinali molto inferiori.

Diverso discorso invece va fatto per la pertosse o il morbillo, due malattie che sono costantemente presenti e ciclicamente creano epidemie. 

A proposito dei rischi che citava prima, quali rischi corre un bambino che viene vaccinato, che nei primi anni sta ancora sviluppando il proprio sistema immunitario?  

I rischi sono legati al fatto che i vaccini intervengono sul sistema immunitario, che nei bambini è ancora immaturo: è sì un sistema immunologicamente competente, perché riesce a rispondere agli stimoli antigenici della vaccinazione, ma è anche profondamente diverso da quello di un bambino più grande o di un adulto. Si tratta di una cosa che chiunque può verificare: basta andare a vedere il dosaggio delle immunoglobuline, che è differente a seconda dell’età. Anche la formula leucocitaria – la percentuale dei diversi tipi di globuli bianchi che sono fondamentali per sconfiggere le infezioni – varia a seconda dell’età.

Quindi non è la stessa cosa fare le vaccinazioni a 3 mesi o a 3 anni.

Il rischio dei vaccini è che, a volte, in una percentuale limitata ma ancora oggi sconosciuta e imprevedibile, possono creare un disequilibrio del sistema immunitario, che contribuisce allo sviluppo di patologie allergiche o autoimmuni. Su questo punto la letteratura scientifica è ampia: a causare la patologia autoimmune sarebbero gli adiuvanti, come l’alluminio, che si trovano in tutti i vaccini, che ha un’azione molto pericolosa perché è neurotossico e favorisce appunto l’insorgenza di patologie infiammatorie autoimmuni, come la sindrome A.S.I.A.

Allo stesso modo sono tante le relazioni fra allergie e vaccinazioni: esistono studi indipendenti che hanno evidenziato il collegamento fra vaccini e asma, rinite allergica, dermatiti e dimostrano come, ritardando anche solo di pochi mesi le vaccinazioni, il rischio di queste patologie si riduca enormemente. 

Il genitore che non vuole vaccinare il proprio figlio cosa deve fare? 

Deve innanzitutto assumersi la responsabilità della propria scelta, fare cioè “opposizione consapevole”: manifestare il proprio pensiero e scrivere al distretto con raccomandata A/R che per il momento non intende vaccinare il proprio figlio motivandone la scelta.

In questo modo viene messo in evidenza che il bambino non è vaccinato non per trascuratezza ma per un profondo motivo culturale e la legge non può fare altro che rispettare il dissenso del genitore.

Qualche mese fa ha avuto risonanza nazionale la vicenda di quella bambina contagiata di pertosse da un bambino non vaccinato all'asilo. Non è un paradosso che la bambina vaccinata, il cui sistema immunitario dovrebbe sviluppare una memoria immunologica contro l’agente patogeno proprio grazie al vaccino, si sia invece ammalata? 

La pertosse viene usata in modo strumentale per segnalare il crollo della copertura vaccinale, che invece non c’è stato, essendo appena al di sotto del 95%. Questo valore è fissato dal piano nazionale e varia da Paese a Paese, a seconda delle condizioni igienico-sanitarie, e il suo margine di intervallo può essere anche piuttosto ampio (dal 50% al 95%) a seconda della patologia in esame.

La pertosse è sempre stata presente nel nostro Paese, ma è una vaccinazione che offre una copertura poco utile individualmente, perché la malattia può avere un decorso piuttosto importante e pericoloso se contratta nei primi mesi di vita.

Il vaccino, anche se correttamente somministrato, offre una buona protezione solo dopo la terza somministrazione, cioè a 11 mesi.

Ecco perché ha poco senso come protezione individuale; avrebbe senso semmai come protezione di immunità di gregge. Il nuovo vaccino acellulare usato oggi per la pertosse, che rispetto al passato produce meno reazioni avverse di tipo neurologiche, è tuttavia meno efficace rispetto a quello a cellule intere di un tempo.

Dopo 2-4 anni, anche a causa delle mutazione del batterio della pertosse, il vaccino non funziona più. Si tratta di un problema noto: nel mondo ci sono state epidemie di pertosse che hanno riguardato fino al 85% di bambini correttamente vaccinati (e ai quali, in molti casi, è stata somministrata una dose in più rispetto a quella prevista dal calendario italiano).

Il problema di contagio di pertosse nei bambini molto piccoli non è nella piccola percentuale dei non vaccinati, ma sta proprio nel fatto che il vaccino perde l’efficacia col tempo per cui anche i bambini vaccinati possono trasmettere la malattia contagiando gli altri, tanto è vero che la fonte di contagio del bambino di pochi mesi che si ammala di pertosse è il fratello o la sorella più grande correttamente vaccinato/a.

È stato segnalato anche il caso di quella bambina di poche settimane deceduta a Bologna: è successo in una città dove la copertura vaccinale è superiore al 95%, dove dovrebbe essere assicurata l’immunità di gregge.

Molti dei genitori che decidono di vaccinare i figli sono mossi dalla paura che in una società globalizzata e multietnica, come quella attuale, si possa ripresentare il rischio di contagio di malattie che da noi non ci sono più. Ma è una paura reale? 

Ciò che temo di più è proprio che i genitori facciano le vaccinazioni ai figli spinti dalla paura e non dalla convinzione dell’utilità di questa pratica. Purtroppo istillare la paura sembra essere l’unico modo usato oggi, invece di fornire informazioni e diffondere la consapevolezza: viene tutto basato sull’emotività a discapito del ragionamento scientifico.

Anche qui si fa molta confusione: la paura per gli extra comunitari mette insieme patologie diverse senza rendersi conto che – dati alla mano – gli extra comunitari sono ammalati di scabbia o di HIV (malattie per le quali non esiste il vaccino) oppure di tubercolosi, ma nel nostro Paese non si fa il vaccino, o di epatite B che ha una modalità di contagio per via sanguigna e sessuale, e che quindi interessa maggiormente le prostitute. Quindi si tratta di una paura infondata, si dovrebbe cercare di non sfruttare il sentimento di razzismo di ritorno per far leva sulle vaccinazioni. 

Lei immagina un futuro senza vaccini e persone vaccinate? 

Non potendo immaginare un mondo senza malattie, io immagino un mondo in cui la medicina soffrirà meno di corruzione e di conflitti di interesse. Partendo da ciò si può fare una valutazione obiettiva del rapporto fra i rischi e i benefici delle vaccinazioni.

Mi auguro che si riesca davvero a portare avanti uno studio indipendente che confronti lo stato di salute dei bambini vaccinati con quello dei non vaccinati, che è un percorso difficilissimo da fare ma che noi, come associazione Assis, stiamo cercando di portare avanti fra mille difficoltà. L’unico modo per capire quali vaccini fare, che calendari vaccinali utilizzare, se fare vaccini singoli o polivalenti, è confrontare lo stato di salute di chi fa regolarmente tutte le vaccinazioni e in quantità abbondante con chi invece ne ha fatte poche o nessuna o con tempi differenti.

Solo a quel punto potremmo davvero capire quale possa essere la cosa migliore da fare, sempre tenendo in considerazione le condizioni igienico sanitarie del Paese in cui si vive e la salute individuale.

Abbiamo intervistato Eugenio Serravalle 

  • È pediatra, specializzato in pediatria preventiva, puericultura e patologia neonatale nonché in omeopatia classica, e qualificato studioso degli effetti delle vaccinazioni nella prima infanzia.
  • È iscritto all’ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Pisa.
  • È relatore in numerosi convegni e conferenze sul tema delle vaccinazioni e dell’alimentazione e autore di numerosi libri autorevoli.
  • È presidente di Assis, Associazione di Studi e Informazione sulla Salute. 

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 46


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