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Cosa hanno in comune l’11 settembre e l’assassinio di Aldo Moro? LEGGILO SUL CONSAPEVOLE 11!

Secondo Webster Griffin Tarpley, esperto di terrorismo internazionale, le radici dell’attacco al Word Trade Centre dell’11 settembre 2001 non sono da ricercarsi nella grotta afgana di Bin Laden, ma...

Webster Griffin Tarpley – Traduzione di Beniamino Soressi - 13/07/2007




Secondo Webster Griffin Tarpley, esperto di terrorismo internazionale, le radici dell’attacco al Word Trade Centre dell’11 settembre 2001 non sono da ricercarsi nella grotta afgana di Bin Laden, ma nella storia del terrorismo di Stato, realizzato tramite la NATO e la CIA nell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra

Una caratteristica cruciale di questo studio [il libro Synthetic Terror - La fabbrica del terrore] è il suo approccio alle radici dell’11/9. Io non vedo l’11/9 come un evento cresciuto esclusivamente e primariamente dalla realtà attuale in Afghanistan o in Medio Oriente. Piuttosto, lo vedo come il culmine di una decennale crisi economica, finanziaria, politica, militare e culturale negli Stati Uniti. Nel senso più vasto, l’11/9 è il castigo per un disastroso decennio di globalizzazione economica, e dell’impoverimento e indebolimento di un’intera società. L’11/9 non cresce dalla forza degli USA, ma rappresenta una disperata fuga davanti a tutti, nel tentativo di mascherare la debolezza statunitense. L’11/9 si inserisce nella tradizione NATO del terrorismo geopolitico, o terrorismo finalizzato a mantenere le sfere d’influenza tipiche degli accordi di Yalta, così come fu messo in pratica in Italia e in Germania Ovest negli anni dal 1965 al 1993.

Servizi segreti e terrorismo
Rigetto la spiegazione ingenua/spontaneistica o sociologica del terrorismo, l’assunto per cui la miseria, l’oppressione e la disperazione farebbero sorgere organizzazioni terroristiche che esprimerebbero in modo spontaneo questi umori e condizioni di fondo. Noi, piuttosto, viviamo in un’era in cui la realtà sociale e politica è incessantemente manipolata da imponenti e pervasive agenzie di spionaggio – CIA, FBI, MI-6, FSB (KGB), Mossad, BND, SDECE, SISMI e simili – il cui effetto cumulativo è quello di sovradeterminare la realtà osservata.
Quindi io affermo decisamente che il modello concettuale più affidabile per comprendere il terrorismo è quello che situa i servizi segreti, o una frazione di essi, al centro del processo, con le relative operazioni di reclutamento, dalle masse immiserite, di futuri terroristi, e con le attività di formazione di questi ultimi in organizzazioni clandestine che, da allora in avanti, sono guidate dall’esterno, da dietro e dall’alto. Il terrorismo internazionale di alto bordo non è spontaneo: è artificiale e di sintesi. Richiede esperti gestori dei terroristi. Per questo motivo il punto di partenza per una valutazione dell’11/9 non è primariamente quello della sociologia del Medio Oriente, ma piuttosto la storia del terrorismo di Stato realizzato tramite la NATO e la CIA nell’Europa occidentale e altrove nel secondo dopoguerra. Perché è qui, e non di certo in qualche lontana grotta dell’Hindu Kush, che possiamo trovare i metodi e il personale con cui è stato prodotto l’11/9. Se il termine grottesco in origine significava qualcosa che è venuto fuori da una grotta, possiamo ben a ragione scartare la spiegazione ufficiale dell’11/9 – Bin Laden con il suo computer portatile in una grotta afgana – come una teoria del terrorismo grottesca.
Il terrorismo sintetico è una strategia utilizzata dagli oligarchi con il proposito di muovere guerra al popolo, in particolare alle classi medie, nel senso del popolo espresso da Machiavelli. Dunque ci si deve opporre al terrorismo. La mia comprensione di questi eventi è plasmata dalle mie esperienze di prima mano, come analista, giornalista e autore, con il terrorismo italiano e tedesco degli anni Settanta e Ottanta.

Chi ha ucciso Aldo Moro?
Nel giugno del 1978, mentre lavoravo come corrispondente da Roma, fui contattato da Giuseppe Zamberletti, della Democrazia Cristiana. Il rapimento e l’assassinio dell’ex primo ministro Aldo Moro a Roma raggiunse il suo tragico climax nel maggio del 1978, quando il corpo di Moro fu trovato nel baule di un’auto in Via Caetani, nel centro di Roma, a poche centinaie di metri dal mio ufficio di allora, in Via del Gesù. Zamberletti fu uno dei pochissimi dirigenti politici italiani ad aver suggerito un ruolo della NATO nell’attacco a Moro. Due giorni dopo il rapimento di Moro e l’assassinio della sua scorta, Zamberletti attrasse l’attenzione della stampa inglese, la quale scrisse che “il Signor Zamberletti, un intelligente democristiano che ha lavorato come sottosegretario al Ministero dell’Interno con delega ai servizi segreti italiani, ha fatto numerosi e interessanti commenti sulla NATO. Sembra che Zamberletti abbia detto che de Gaulle lasciò la NATO per via delle dozzine di tentativi di assassinarlo, e che la Francia, dopo questo, e per implicazione come risultato di questo, riuscì a tenere il terrorismo sotto controllo” (The Times, Londra, 17/03/78). In un’altra intervista, Zamberletti disse che un’efficace difesa contro il terrorismo avrebbe dovuto vigilare in ogni direzione, “a trecentosessanta gradi”, come diceva lui (Panorama, 04/07/78). Qui c’era la celebre formula di de Gaulle sulla difesa “tous azimuths”, dagli alleati nominali così come dagli avversari, da occidente come da oriente, dagli USA e dalla Gran Bretagna così come dall’URSS. Con questo, Zamberletti divenne il bersaglio del partito angloamericano in Italia.
Zamberletti mi chiese di preparare uno studio su come i mass media trattarono il caso Moro, che per due mesi fu il principale fatto di cronaca. Io riunii un gruppo di amici e colleghi dell’Executive Intelligence Review, l’agenzia giornalistica dell’EIR per cui lavoravo a quel tempo, e riferii loro circa la proposta. Con il desiderio di superare l’incubo del terrorismo e rendere giustizia a Moro, la maggior parte di loro – italiani, tranne un paio di americani – si fece avanti volontariamente per passare il proprio mese di ferie estive assemblando lo studio richiesto da Zamberletti. Non ci fu coinvolgimento di denaro. Più indagavamo, più scoprivamo, e presto il nostro studio, intitolato Chi ha ucciso Aldo Moro?, divenne una panoramica assai più ampia rispetto a quella che aveva in mente Zamberletti. Il testo fu steso nell’estate del 1978 in quello che allora era il quartier generale dell’EIR. […]
Il prodotto che ne risultò fu presentato ai giornalisti durante una conferenza stampa, a Roma, nel settembre del 1978. A essa fu dedicato ampio spazio su Panorama, quantunque se ne parlasse in termini sfavorevoli. La scoperta principale era che Moro fu ucciso dai servizi segreti della NATO, utilizzando le Brigate Rosse come strumento e camuffamento. La causa dell’assassinio fu la determinazione di Moro a dare all’Italia un governo stabile portando il Partito Comunista Italiano al governo in consiglio dei Ministri come componente integrale della maggioranza parlamentare, ponendo fine alle farneticazioni di politici legati a Londra, come il leggendario killer dei governi, Ugo La Malfa. Al piano di Moro si opposero – in quanto ritenuto una violazione delle sfere d’influenza di Yalta, che rendevano l’Italia vassalla degli USA – sia Henry Kissinger, ala dell’establishment della politica estera USA, sia certe fazioni italiane della classe dirigente, raccolte intorno alla loggia reazionaria P2, che a quel tempo era ancora segreta. Quindi il mio studio nominava come primi indiziati Kissinger, la NATO e i servizi segreti britannici, e non le ambasciate del Patto di Varsavia di cui avevano fatto il nome i media italiani. In seguito, la vedova di Moro rivelò che suo marito era stato minacciato direttamente da una figura statunitense di primissimo piano a proposito dell’apertura al PCI. Questa figura disse a Moro che qualunque tentativo di portare il PCI al governo avrebbe comportato terribili conseguenze personali per lui. Alcuni commentatori identificarono questa figura in Kissinger.
Con questo, fu convalidata la tesi di Chi ha ucciso Aldo Moro? Quindi io ho un precedente come oppositore del terrorismo; ho mostrato nella prassi di capire come opera. Ciò distingue nettamente questo libro dal chiacchiericcio della tribù di “esperti di terrorismo” che popola la televisione americana e i canali del rimbecillimento delle masse.
Un’altra tesi di quello studio del 1978 era che coloro che glorificano e magnificano il terrorismo, fornendo ai terroristi coperture ideologiche, dovrebbero essere indagati come loro complici. Un ideologo pro-terrorismo che io identificai a questo riguardo era Antonio Negri, professore di “Dottrina dello Stato” presso l’Università di Padova. Più tardi, nell’aprile del 1979, il giudice Calogero di Padova emise un avviso di garanzia per Toni Negri, Franco Piperno e altri capi di “Potere Operaio”, un gruppo che si riteneva estinto. Furono accusati di essere non solo ideologi e simpatizzanti, ma parte integrante della dirigenza delle Brigate Rosse. Si disse che Calogero fu influenzato dal mio dossier su Moro.

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Categorie: Politica e Informazione

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