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Quando l’Islanda ha detto no

Vi ricordate cosa è successo in Islanda nel 2008? Storia di un paese che è uscito dalla crisi rifiutando il gioco del debito

Andrea Degl'Innocenti - 21/08/2014




 

Prendete un paese piccolo e isolato, applicatevi una dose massiccia di neoliberismo, convertite i suoi abitanti in dei consumatori spensierati, privatizzate in blocco le banche evitando di regolamentare in alcun modo il settore finanziario.

Ecco, avrete ottenuto il paese perfetto, almeno secondo i canoni del modello di sviluppo contemporaneo.

E così era l’Islanda fino al 2008, il “paese più felice del mondo”, fiore all’occhiello dei teorici neoliberisti, portata in palmo di mano da economisti e analisti internazionali.

 

L’opportunità della crisi

Ora soffiate forte su questo castello di carte, spazzatelo via mostrando le sua fondamenta inesistenti. Rompete la bolla, lasciate che tutto crolli, che le persone si ritrovino improvvisamente povere e ricoperte di debiti, senza la più pallida idea di cosa sia successo.

Rimarrete sorpresi da quello che vedrete accadere.

Vedrete la rabbia riversarsi nelle strade, ma poi, pian piano, strutturarsi in un movimento. Vedrete questo movimento lottare contro un governo corrotto e l’élite finanziaria, contro il pagamento di un debito ingiusto contratto da banche private. E vincere. Vedrete la scrittura di una nuova costituzione in crowdsourcing, le leggi per la libertà d’informazione su internet e molto altro.

Anche questo è successo in Islanda, a partire dalla fine del 2008, ovvero dalla keppra, termine islandese che indica la crisi.

Prima laboratorio neoliberista, in seguito incubatrice di tendenze e modelli opposti. L’Islanda mi è apparsa fin da subito come una sorta di microcosmo che racchiudeva in sé, compresse nel tempo e nello spazio, alcune dinamiche che si ritrovavano più diluite su scala globale. In Islanda è accaduto tutto più in fretta.

Tuttavia, oggi, il benessere recuperato molto in fretta è forse il peggior nemico delle spinte di cambiamento emerse negli ultimi anni.

Se da un lato sembra essersi affermata l’idea che il capitalismo finanziario è qualcosa di estremamente rischioso, dall’altro le politiche neoliberiste, pur in forma più soft, sono di nuovo portate avanti dal governo di centro-destra eletto l’anno passato.
Oggi l’isola è in bilico fra tendenze e modelli opposti.

Islanda chiama Italia

Cosa può insegnarci tutto questo?

Viste da lontano, l’Islanda e l’Italia hanno ben poco in comune. La prima è un’isoletta di appena 300mila anime sperduta nell’oceano e popolata da gente silenziosa ma cordiale, con un’economia relativamente marginale rispetto ai circuiti globali. La nostra Italia invece è un paesone grande e chiassoso coi suoi 60 milioni di abitanti, piazzata proprio nel mezzo del Mediterraneo, al centro di interessi economici e geopolitici internazionali.

Ma al di là delle differenze, esistono messaggi di portata generale che si possono trarre da questa storia del tutto particolare: è possibile mettere in discussione alcuni dogmi della società contemporanea, in primis quel paradosso del mercato che vuole che i debiti privati – se i privati sono di una certa dimensione – diventino pubblici quando il privato fallisce; è possibile costruire delle alternative dal basso a questo modello di sviluppo. È possibile, ma il tempo stringe.

La vicenda islandese ci insegna anche che quella finestra di potenziale cambiamento che stiamo vivendo, che si apre quando finisce un ciclo dell’economia capitalista, è destinata a chiudersi quando un nuovo ciclo prende il via: dunque le alternative costruite all’interno di questa finestra devono sedimentare e andare a sistema prima della “ripresa”, se il cambiamento intravisto ambisce ad affermarsi come nuovo modello.

Dal libro al documentario: aiutaci a finanziarlo! 

Andrea Degl’Innocenti e il documentarista Davide Scalisi vogliono che la storia dell’Islanda sia conoscuta da un pubblico sempre più vaso, per questo hanno pensato alla realizzazione di un documentario. Ma fare documentari costa un bel po’. Andrea e Davide ci metteranno la laro professionalità, impegno e passione gratuitamente, ma non è sufficiente. Ci sono i costi della trasferta, gli operatori, il doppiaggio, la produzione. 50mila euro in tutto, euro più euro meno. Una bella cifra.

Andrea e Davide hanno deciso di finanziarlo con un crowdfunding, una raccolta fondi fatta attraverso una piattaforma online. Funziona così: tu puoi mettere una quota a tua scelta; se l’obiettivo dei 50mila euro viene raggiunto ottieni una ricompensa in base alla quota messa; se invece non viene raggiunto la tua quota ti torna indietro. È un modo per garantire che i soldi vengano accreditati solo se si raggiunge la cifra necessaria a realizzare il documentario.

Contribuire a finanziare questo documentario è semplice: basta andare su questo link: https://www. indiegogo.com/projects/a-tiny-knollon- the-lawn-of-the-world/x/6389621 e cliccare su “contribute now” in alto a destra. 

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 37


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Categorie: Politica e Informazione

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