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L’Arabia Saudita dei Biocarburanti

Andrea Markos - tratto da CONSAPEVOLE 10 - 18/12/2007




Stiamo assistendo ad un paradosso senza precedenti: in tutto il mondo si stanno destinando enormi estensioni di suolo agricolo allo sfruttamento intensivo non per produrre cibo, ma per produrre carburanti. Per molti paesi in via di sviluppo la strada dei biocombustibili risulta appetibile:laute sovvenzioni statali incoraggiano l’impresa.
E mentre la deforestazione avanza a ritmi serrati il prezzo di mais, soya e girasole si lega a quello dell’energia, con effetti negativi facili da immaginare...

Da anni siamo consapevoli della terribile deforestazione in atto nella foresta pluviale amazzonica, principale riserva di biodiversità del pianeta, eppure in molti hanno salutato la svolta “verde” delle politiche economiche europee e statunitensi come l'incipiente avvento di una economia ecologicamente sostenibile1.
Sebbene i calcoli degli ingegneri diano bilanci energetici e di emissioni serra negativi2, la nuova febbre da biocombustibili ha contagiato tutti, compresi i piccoli imprenditori agricoli italiani che “scendono in campo” a coltivare oleaginose lautamente sussidiate.
Gli obiettivi UE e USA riguardano alte percentuali di un consumo crescente di carburanti liquidi che presentano il vantaggio di non richiedere grandi aggiustamenti tecnici rispetto alle tecnologie legate al petrolio: 5,75 forse 10% del consumo europeo e il 20% del consumo USA, ma anche a Pechino e Mombay si sono stancati di biciclette e risciò.

Amazzonia: sfruttamento indiscriminato
Obiettivi che fanno rabbrividire soprattutto quando si va a vedere cosa c'è dietro il mercato dei biocombustibili. Le estensioni di terra destinabili a questo tipo di colture in Europa sono irrisori rispetto a quelle USA o latino americane. I sussidi a questo tipo di colture sono un sistema per mantenere artificialmente bassi i costi dei biocarburanti, che saranno prodotti nel terzo mondo. Argentina, Paraguay e Brasile saranno tra i maggiori produttori mondiali di biocarburanti: si parla di ulteriori 80 milioni di ettari da deforestare in Amazzonia3, equivalenti alla superficie di Italia e Spagna. Il suolo dell’Amazzonia non è adatto allo sfruttamento intensivo agricolo, la sottile cappa di humus si esaurisce in pochi anni4, però evidentemente il business conviene. In Argentina il ritmo annuale di deforestazione è di 250.000 ettari/anno5, in Paraguay quasi non serve più deforestare. Lo chiamano "sviluppo sostenibile".
Questi paesi si stanno trasformando nell'Arabia Saudita dei biocarburanti, attraverso un'alta specializzazione locale e la ritenzione di valore aggiunto con la trasformazione in loco delle materie prime. La guerra commerciale sarà dura e spietata: se Venezuela e Medio Oriente sfruttano il loro potere sulle economie consumistiche attraverso il petrolio, altrettanto cercheranno di fare queste economie emergenti.

Trasformare foreste vergini in monoculture OGM
Qualche macro indicatore migliorerà sicuramente per questi paesi “in via di sviluppo”, ma in questa maniera si otterrà la sostituzione di foreste vergini con grandi monocolture OGM, ad alta intensità di capitale e tecnologia e bassissima intensità di lavoro.
Per soddisfare la crescente domanda (e con il miraggio dei crescenti prezzi del petrolio) sarà necessario intensificare lo sfruttamento insostenibile di terre agricole, sviluppare nuove varietà OGM e pacchetti tecnologici adattati a terreni e climi inospiti, sacrificare contadini, indigeni e la beneamata biodiversità. Siamo solo agli albori dell’era del “petrolio verde” e le conseguenze si sono già fatte sentire: nel corso del 2006 si è registrato un aumento dei prezzi di alimenti basici dell'ordine del 100% o più (il caso più grave è quello del mais in Messico, il cui prezzo è stato spinto in alto dalla domanda USA di questo prodotto per produrre bioetanolo) in paesi in cui la percentuale di popolazione considerata indigente (meno di 1$ al giorno) è a due cifre.

Effetto boomerang
La stato di conflitto sociale è già elevato e non ci saranno muri di cemento o misure protezioniste in grado di contenerlo per sempre.
Seppure le elites dei paesi che scommettono sui biocombustibili godranno di alcuni anni di vacche grasse, e potranno pagare parte del debito estero, il boomerang che li colpirà sta già dando le prime avvisaglie. Nel momento in cui la terra smette di produrre per sfamare le persone, ed inizia ad alimentare i serbatoi delle auto, si genera un mercato di prodotti alimentari che segue le logiche dei mercati dell'energia. I biocarburanti cominciano a divenire competitivi nel momento in cui il prezzo del greggio supera i 55 dollari al barile. Dato che sono le stesse grandi imprese petrolifere ad investire nel bio, possiamo stare sicuri che questi prezzi non scenderanno (per inciso: Bush è personalmente interessato al mercato energetico, come tutti sappiamo. Chi può ancora credere che non abbia fatto i suoi conti prima di adottare un obiettivo importante come il 20% del mercato interno USA?). Mais, soya e girasole sono tra i principali prodotti base dell’alimentazione di intere nazioni latinoamericane e degli animali da carne in tutto il mondo. La palma da olio, la canna da zucchero, la colza e il ricino ad esempio non hanno lo stesso impatto sui mercati alimentari: risulta evidente che lo sviluppo forsennato delle prime tre attenta direttamente, e strategicamente, alla sicurezza e sovranità alimentari globali facendo lievitare i prezzi e producendo crescente dipendenza.

Addio suoli fertili
La perdita di suoli fertili per erosione e desertificazione, la contaminazione e il sovrasfruttamento delle riserve d'acqua più importanti suggeriscono che non solo i mercati, ma le stesse risorse fondamentali necessarie all'agricoltura porranno un freno a questa nuova follia, un disturbo antico che si manifesta con sintomi nuovi. Dopo le armi atomiche, questo modello agroenergetico, la febbre dei biocarburanti, si configura come l’atto bellico contro la biosfera e la sopravvivenza umana più preoccupante mai progettato dall'umanità.

Note
1 The Economist, 27-01/2006, Volume 382, Numero 8513
2 Pimentel D., Patzek T., 2005, Ethanol Production Using Corn, Switchgrass, and Wood; BD Production Using Soybean and Sunflower, Natural Resources Research, Vol. 14, No. 1, March 2005
3
http://www.nacion.com/ln_ee/2007/febrero/18/ultima-sr1000820.html
4 Boff L., 2004, Ecologia: grito da Terra, grito dos pobres, ed. Sextante
5
http://www.parenlosdesmontes.org.ar

INTERNET
www.biofuelwatch.org.uk è il sito inglese che monitora l’impatto ambientale dei biocarburanti.

L’AUTORE
Andrea Markos è nato a Roma nel 1977. Sociologo, laureato alla Sapienza nel 2004, è
dottorando e ricercatore nell'area delle “scienze sociali e ambiente” a Siviglia, Universidad P. de Olavide. Ha vissuto dieci mesi nel 2006 in Argentina, conoscendo e documentando i movimenti contadini ed ecologisti per la sovranità alimentare.

Per approfondire
Cosa sono i bio-carburanti?
I biocarburanti sono prodotti derivanti dalle biomasse che possono essere utilizzati per autotrazione,
opportunamente miscelati coi combustibili tradizionali, o anche in forma pura con opportune modifiche ai motori. Di particolare interesse sono il biodiesel (ottenuto attraverso la transesterificazione degli oli spremuti dai semi di piante quali colza, soia e girasole) e il bioetanolo (che è il risultato della fermentazione di prodotti agricoli come i cereali e le colture zuccherine).

 

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Categorie: Politica e Informazione,Ambiente


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