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La vitamina D quando il sole non c’è

Come rifornirsi di questa importante vitamina per assicurarsi contro l’influenza e altre malattie

Valerio Pignatta - 30/09/2013




È ormai abbastanza risaputo e comprovato che nelle nostre società occidentali industrializzate la carenza di vitamina D sia un fatto grave e costituisca quasi un’epidemia tra la popolazione.

Dato che l’approvvigionamento di questa vitamina avviene essenzialmente attraverso l’esposizione della pelle ai raggi solari UVB, è facile comprendere come al giorno d’oggi sia per molti impossibile o quasi assimilare una corretta e costante dose di sole durante l’arco dell’anno.

Infatti, la maggior parte delle persone occidentali vive e lavora in ambienti chiusi e non espone mai il proprio corpo all’aria, nemmeno quando ne ha la possibilità, dato che per molti anni i dermatologi hanno invitato alla cautela in quanto una eccessiva esposizione sarebbe causa di cancro alla pelle e invecchiamento precoce.

Danni da mancanza di vitamina D

Se una certa accortezza è quindi presumibilmente necessaria (ma che non giustifica l’uso indiscriminato di creme solari ad alta protezione), è anche vero che comunque un eccesso nella direzione opposta può comportare squilibri di salute altrettanto negativi e traumatici per il benessere dell’organismo umano.

Parecchi studi scientifici mettono infatti in correlazione una mancanza grave di vitamina D dell’adulto con patologie come la parodontite, l’osteoporosi, la fibromialgia, il dolore cronico, il diabete (sia di tipo I che II), la sclerosi multipla, il deterioramento cognitivo senile, l’asma e molte altre malattie tra cui diciassette diversi tipi di cancro.
Nel bambino è invece conosciuto da molto tempo, come conseguenza di carenza grave di vitamina D, il rachitismo.

La vitamina D, insomma, è un costituente basilare di parecchie funzioni fisiologiche dell’organismo.

In effetti, non si tratta nemmeno di una vitamina, ma di un ormone, che interviene quindi in molteplici trasformazioni enzimatiche e biochimiche (per esempio allevia l’insulinoresistenza). È stato dimostrato che i recettori della vitamina D sono presenti in molti organi e tessuti e che possono interagire o interfacciarsi con duecento o più geni che contengono gli elementi di risposta a questa vitamina-ormone.

Per la stragrande maggioranza, gli organi del corpo rispondono alla vitamina D, e quindi ciò vuol dire che le cellule degli stessi sono in grado di assicurare funzioni biologiche che dipendono dalla disponibilità della vitamina D stessa. L’interazione coi geni di quest’ultima avviene dentro le cellule dell’organismo, in modo tale che si ritiene essa possa accelerare la guarigione dei tessuti e delle cellule, quindi ridurre il rischio che divengano cancerose.

Un’alleata contro le malattie invernali

Ma queste non sono le uniche e vitali funzioni che la vitamina D svolge. Nella nostra quotidianità è del pari molto importante.

Molti studi hanno notato, ad esempio, che le epidemie di influenza invernali coincidono con il picco di massima carenza della vitamina D nell’essere umano.

Infatti d’estate, attraverso l’esposizione solare, la vitamina D in eccesso (ossia se ne abbiamo una quantità ottimale) viene immagazzinata nell’organismo (nel grasso corporeo dato che è liposolubile) e poi riutilizzata in tempi di carenza ambientale ovvero in autunno e inverno. La copertura che la vitamina D dà rispetto ai virus viene a mancare quando le quantità di cui dispone il corpo sono esigue e quindi le invasioni virali hanno la meglio.

Questa correlazione è stata stabilita da vari studi epidemiologici e infatti molti medici ortomolecolari consigliano di sostenere lo stock di vitamina immagazzinata con dosi supplettive orali durante questi mesi.

Alle nostre latitudini, infatti, non è possibile, nemmeno esponendosi al sole, assimilare il dovuto quantitativo di vitamina D nei mesi che vanno da novembre a marzo compresi.

In quel periodo, l’inclinazione dei raggi solari e la loro distanza rispetto alla Terra ne impediscono l’azione atta. Infatti, maggiore è la latitudine in cui ci si trova, al di sopra dei 35°, meno intensi sono i raggi UVB e quindi inducono una minore produzione di vitamina D. Nello specifico, quando il sole è più basso nel cielo (alle latitudini maggiori), i raggi UVB hanno una distanza più lunga da percorrere per raggiungere la Terra. Inoltre, devono effettuare il loro viaggio attraversando una fascia di ozono e di nuvole di maggiore spessore prima di arrivare alla nostra pelle.

Quando il sole è più alto nel cielo (alle latitudini minori), gli UVB hanno una distanza minore e un percorso con meno ostacoli verso la superficie terrestre (in particolare si può affermare che la carenza di vitamina D colpisce la quasi totalità della popolazione dei Paesi al di sopra del 35° parallelo come l’Italia).

Quindi, d’inverno, l’unica fonte di approvvigionamento che abbiamo nel nostro Paese è costituita dagli integratori o, per chi volesse osare, le lampade abbronzanti, che hanno però effetti collaterali d’altro tipo per cui non tutti ne consigliano l’uso.

Integratori per i mesi senza sole: quali scegliere

Un buon integratore a base di vitamina D3 (anche detta colecalciferolo), la forma più assimilabile e meno tossica, può essere di grande aiuto per garantire le quantità necessarie a passare l’inverno incolumi.
La D2 (o ergocalciferolo), invece, che pure ritroviamo in molte preparazioni, non è adatta in quanto molto meno efficace nel far risalire i livelli di vitamina D nell’organismo. Inoltre la vitamina D2 è anche considerata più pericolosa rispetto alla D3, dato che con essa sono stati riportati più casi di sovradosaggio e tossicità.

Le quantità giornaliere di una eventuale integrazione di D3, e consigliate dalle varie fonti mediche, vanno dalle 2000 UI (Unità Internazionali) al giorno, in caso di mancato controllo medico e senza analisi del sangue di partenza, alle 4000 o anche 5000 UI al giorno sotto diretto controllo medico e con un esame sanguigno che stabilisce la reale necessità e le riserve disponibili nell’organismo.

Normalmente, oggi sono considerati ideali livelli di 40-50 ng/ml (nanogrammi per millilitro) di vitamina D nel sangue, ma molti medici confermano che la maggior parte dei pazienti ha valori che si collocano fra i 5 e i 20 ng/ml, quindi livelli già bassi anche per i superati range di normalità nei nostri ospedali che erano basati sul minimo di 20 ng/ml per scongiurare il rachitismo nei bambini.

Va precisato che, per quanto riguarda le integrazioni, Unità Internazionali (UI) e microgrammi non coincidono. Le confezioni di integratori a base di questa vitamina spesso sono vendute con indicazioni delle unità di misura appunto in microgrammi. Per fare il calcolo della corrispondenza basta dividere la quantità espressa in UI per 40 e si ottengono i microgrammi. In altre parole, 1 microgrammo equivale a 40 UI, 1000 microgrammi equivalgono a 1 milligrammo.

In ogni caso, non si devono temere conseguenze. Effetti collaterali tossici da sovradosaggio non ce ne sono a questi livelli. Basti pensare che è sufficiente mezz’ora in spiaggia in costume al sole estivo in pieno giorno per assimilarne circa 20.000 Unità.

L’ideale è quindi farne una gran scorta d’estate, per essere più resilienti durante i lunghi mesi freddi invernali.

Alcuni naturopati o medici olistici suggeriscono di fare affidamento per tale scopo anche sulla vitamina D che è possibile reperire con l’alimentazione. Ma gli alimenti a base di vitamina D aggiunta (latte di soia, latte vaccino, cereali da colazione ecc.) o i cibi che la contengono naturalmente (olio di fegato di merluzzo, vari tipi di pesce, uova, latte, funghi ecc.) non cambiano di molto il quadro (a parte l’olio di fegato di merluzzo) in quanto le quantità apportate sono risibili in caso di necessità consistenti e per il lungo periodo.

Una vera medicina preventiva si effettua solamente con una corretta ma abbondante esposizione solare nei mesi caldi e un’adeguata integrazione nutrizionale nei mesi di calo delle riserve.

Per quanto riguarda i corretti tempi di esposizione ci sono controversie tra gli scienziati. Tuttavia, secondo il dottor Michael Holick della Boston University, una procedura che sembra sicura e che allo stesso tempo garantisce un sufficiente approvvigionamento di vitamina D è l’esporsi, sia al sole che (per chi osa) alla lampada sul lettino abbronzante, per un massimo di tempo che va dal 25 al 50% della MED (Minima dose eritematogena) – cioè il tempo che la pelle impiega ad arrossarsi – più volte alla settimana.

In poche parole, se vogliamo uno stato di salute migliore dobbiamo sforzarci di uscire da nostri gusci di cemento e metallo e accogliere il benefico abbraccio del mondo naturale che ci circonda coi suoi raggi, le sue energie, i suoi frutti e le sue brezze riossigenanti.

 

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Articolo tratto dalla rivista nr. 34


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Categorie: Alimentazione e salute,Critica al Sistema Sanitario

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